Vamık D. Volkan, M.D., DLFAPA, FACPsa.

 
 
 
 
 
 
 
 
STATEGIE DI PACE LA VISIONE DI VAMIK D. VOLKAN
 
 
 
 
 
Lo psicanalista dei conflitti
 
 
Di Guido Romeo
 
 
 
 
Pegrnfaacrehelaopgancievnooltnacla’ èsuconparfaonrmo iunlea, mbiicsoi»-osserva Vamık Volkan.
 
Nato in un’isola divisa, questo turco-cipriota ha fatto dellariconciliazio-ne tra i popoli in conflitto
un mestiere che negli ultimi 25 anni l’ha portato di volta in volta nelle aree più calde del Pianeta.
Ha fatto dialogare arabi e israeliani, russi e baltici, serbi e croati e tra qualche settimana proverà 
a mettere faccia a faccia anche musulmani e occidentali
per con-frontarsi sulle radici e le ferite della strage dell’11 settembre 2001.
 
Una missione iniziata quasiper caso, ma che ogni anno, dal 2005,
vale aquesto medico psicanalista di 75 anni una can-didatura
al Nobel per la pace in virtù della sua opera pionieristica nello studio della psicologia
dei grandi gruppi applicata alla risoluzioni dei conflitti etnici.
 
 
 
 
 
 
 
«Tutto è cominciato nel 1977, quando il presi-dente egiziano Sadat, in visita a Gerusalemme, disse che il 70% delle difficoltà nel risolvere il conflitto arabo-israeliano era di ordine psicologica» spiega Volkan, arrivato negli Usa a 24 anni e oggi naturalizzato americano. L’idea che ci fosse bisognodi una psichiatriadegli affari internazio-nali piacque molto alla Casa Bianca, che però si accorse subito che non esistevano specialisti di questo nuovo settore. «Nel 1979 fui praticamen-te reclutato sul campo perché facevo parte dell’Associazione americana di psichiatria – spiega Volkan, oggi professore emerito presso l’Università della Virgina – e inviato a Gerusa-lemme». Ifondi non mancavano, ma nonostan-tel’abbondante letteratura accademica nonc’era-no praticamente precedenti su come sbrogliare quella complessa matassa che intrecciava politi-ca, religione, storia e conflitti locali. «Cominciai a studiare i rituali e i meccanismi che portavano alcuni individui a diventare i portavoce e in qual-che modo i leader di un gruppo, identificando dei temi ricorrenti» spiega Volkan che continuò il lavoro fino al 1986 e lo considera ancora oggi uno dei suoi maggiori successi. «Eravamo molti vicini a una svolta – spiega –, ma il programma fusospeso per questioni politicheinterne all’am-biente medico Usa».
 
A prima vista gli incontri coordinati da Volkan assomigliano a una grande terapia di gruppo alla quale intervengono parlamentari, leader politici e d’opinione, ma anche religiosi e rappresentanti della società civile. Il modo di pensare di una comunità di persone è molto di-verso dalla sommatoria dei pensieri individua-li. «Soprattutto quando vi sono grandi tragedie che diventano parte integrante dell’identità di un popolo come nel caso dell’Olocausto per il popolo ebraico – osserva Volkan –. Oggi poi, in Palestina, l’umiliazione è diventata così parte dellamemoria pubblica che l’identitàindividua-le si perde». Dopo l’esperienza mediorientale Volkan non rimase disoccupato a lungo. «Con l’arrivo di Gorbachov, le tensioni interne dell’Urss diventarono il mio nuovo terreno di lavoro – spiega Volkan – emi trovai a dover spie-gare ad armeni, azeri, estoni, georgiani e a mol-tissimi altri dirigenti sovietici nati e cresciuti co­me comunisti, che cosa fosse un’etnia e che va-lori e conseguenze portava con sé, applicando ciò che avevo imparato in Palestina».
 
Il metodo Volkan è di fatto un non metodo perché il ricer-catore si limita ad analizzare, senza dire o cerca-re di indirizzare le reazioni. Far dialogare dele-gati locali, membri della Duma e alti quadri dei servizi segreti si è rivelata un’impresa ostica. «Non basta mettere a un tavolo due parti e dir loro di spiegareche cosa non sopportanodell’al-tro–osserva Volkan – spesso ci vuole molto tem­po per abbattere le barriere. Ricordo che a un parlamentare estone ci vollero due anni prima checominciasse aspiegare veramente cosa non sopportava del dominio di Mosca». Il processo fu silenzioso, ma portò i suoi frutti. Dopo sei anni dall’inizio degli incontri coordinati da Volkan, estoni, lituani e lettoni si staccarono da Mosca in modo non cruento. «I problemi non finirono lì, anzi presero una piega molto diver-sa in altre regioni come Georgia e Cecenia, ma la situazione geopolitica era mutata e vennero a mancare i fondi» osserva il medico che a Cipro ha vissuto sulla propria pelle la cultura del con-flitto etnico e ricorda come da bambino gli venis-se spiegato che ogni nodo della cintura di un prete greco-ortodosso ricordava un bambino turco strangolato.
 
 
 
Tutto è cominciato nel 1977 quando Sadat disse che il 70% delle difficoltà nella guerra arabo-israeliana era di ordine psicologica...
“Il prossimo dialogo "diagnostico" si terrà in Turchia tra esponenti del mondo islamico e quello occidentale.
 
 
Dal lavoro sul campo Volkan ha distillato ca-pacità di analisi che ha applicato a moltissimi conflitti etnici analizzandone le radici, dalla puli-zia etnica dei Balcani alle deportazioni di massa compiute dai giapponesi nelle Filippine nel 1942 e i massacri del Rwanda, fino agli attacchi dell’11 settembre, sempre alla ricerca delle radi-ci dell’odio. Un lavoro illustrato estensivamente nel suo Killing in the name of identity: a study of bloody conflicts (Pitchstone Publishing, 2006). Il contributo dello psichiatra è ancor più apprez-zabile dopo che le previsioni di Francis Fuku-yama sulla fine della storia si sono rivelate inat-tendibili. Di fatto, sottolineano diversi esperti, i conflitti etnici sono il sintomo che, sgombrato il campo dalle ideologie, il bagaglio identitario e storico è diventato ancora più ingombrante.
 
Il prossimo e forse il più ambizioso dei "grandi dialoghi" di questo instancabile mediatore co-mincerà a novembre in Turchia. «Riuniremo qualche decina di persone provenienti dai Paesi islamici come Pakistan, Iran, Afghanistan, Ara-bia saudita, ma anche dall’India per incontrare americani, israeliani, britannici e nordirlandesi perun incontro "diagnostico"» spiegalo specia-lista. Saranno ex-senatori e ambasciatori, ma an­che leader di organizzazioni islamiche, profili che hanno una significativa influenza e cono-scono bene il proprio Paese, ma non un ruolo politico attivo. Lo scopo è farli parlare per capire come le stesse situazioni e gli stessi avvenimen-ti vengono percepiti nel mondo islamico e occi-dentale, sempre più contrapposti. «Non esiste un piano di lavoro già preconfezionato - spiega Volkan, sottolineando che tutto il programma è interamente finanziato da fondazioni private -vogliamo che i partecipanti possano ascoltare le ragioni degli altri. È un approccio bottom-up per arrivare a un programma di incontri regola-ri. Lo fanno i leader del G8 che non sono in con-flitto tra loro e trovo sia pazzesco che non lo fac-ciano coloro che più si sentono minacciati gli uni dagli altri».
 
 
 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
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Last modified on: Apr 20, 2016